L'editoriale / “Swica”, o del paziente che viene ridotto all'impotenza

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L'editoriale / “Swica”, o del paziente che viene ridotto all'impotenza
Reduce da lungo periodo di ricoveri per problemi non ordinariamente medici, un paziente si trova riproiettato all'attività lavorativa. A decretarlo, un funzionario amministrativo di basso rango e che si permette anche di imporre regole perentorie. Peccato che, nell'esprimersi (e con quale legittimità, poi?), gli scappino incongruenze e strane dimenticanze...

15 giorni sul calendario. Pardon: 15 giorni di cui 10 soltanto sono lavorativi, dovendosene defalcare almeno cinque per via dei fine-settimana. In 10 giorni un paziente dichiarato inabile al 100 per cento, e dopo ripetuti ricoveri in strutture protette tra cui Mendrisio (no, non si sta parlando del “Beata Vergine”) e su caso in essere da quasi sei mesi, si ritrova riproiettato a corso forzoso nel mondo del lavoro cioè con grado di attività fissato al 50 per cento; per di più, allo scadere dei successivi 15 giorni l'abilità lavorativa deve valere al 100 per cento. Perché lo stabiliscono, in firma doppia, un funzionario amministrativo di basso rango e la sua segretaria o vicesegretaria; perché lo dicono, e lo mettono per iscritto, su carta intestata dell'assicuratore “Swica”. Di più ancora (le stranezze sono notevoli, vero?), affermando nero su bianco che quanto indicato è inoppugnabile a meno dell'evidenza degli esiti di una lunga, complessa e comprovata serie di accertamenti. E dell'accettazione dei riscontri, si immagina. Nello spazio di 10 giorni. Come no.

Mettetevi comodi, ché non la si spiega in un “amen”, ed un po' ci dispiace. Si pone tuttavia in quadro di immediata giurisprudenza e di cronaca, nello spazio di tre paragrafi (fonte “Swica”, nulla di inventato e nulla di supposto) che fanno a cazzotti con la logica e con il buonsenso e soprattutto con la trasparenza nelle relazioni tra cittadino ed ente, il caso che giunge all'attenzione del “Giornale del Ticino” e nel quale potrebbe anche darsi che altri pazienti o ex-pazienti si ritroveranno. Sia detto di principio: sia pure al costo di qualche telefonata, sia pure al costo di un “La faccio richiamare” che non ebbe séguito sicché si richiamò a nostra volta (“Eh, ma dovevamo avere il tempo di esaminare la pratica”; in sede di colloquio, l'interlocutore - di sicuro preavvisato da una collaboratrice - dimostrerà tuttavia di avere piena conoscenza dei fatti), sia pure di schermaglie dialettiche in cui risultò elevato il rischio di spostamento dal “focus” della questione, sia pure al prezzo di tutto questo, dicevamo, nessuno si è sottratto al confronto. Gli è però che, quando il paziente rivendica un sacrosanto diritto a ricevere copia dell'incarto sanitario che lo riguarda, chissà come mai la solerte segretaria spedisce via “e-mail” la... copia della lettera già inviata per posta, e quella soltanto. Il “dossier” medico, l'unica cosa che costituisca motivo di interesse (per dovuta informazione, e per un'eventuale contestazione)? Nisba. Nel frattempo, alla “Swica” non deflettono, non demordono e non si spostano di un millimetro, riconfermando quanto scritto pur davanti ad obiezioni sensate (“Non posso negarle il diritto di avere una Sua opinione”, tale il massimo del concesso).
Opinioni? Interessante, ma vediamo previo inquadramento: diciamo dunque che un soggetto normodotato ed in età ancor giovane attraversa il peggior periodo della sua vita e capisce di aver bisogno di un sostegno; diciamo che tale sostegno si esplicita dapprima nel rapporto con uno psichiatra e poi, ad interruzione dell'attività lavorativa svolta, nel soggiorno in un paio di unità ospedaliere dedicate, seconda decade di aprile i tempi; diciamo che al termine del secondo ciclo di ricoveri la situazione si sia “normalizzata”, ferma restando l'esigenza dell'assunzione di farmaci in dosi via via minori. Sul finire di settembre, il soggetto viene convocato “ex abrupto” - tra l'altro, a distanza di decine di chilometri dal luogo di domicilio e con perentoria griglia oraria da rispettarsi - nello studio del medico che opera per conto della “Swica”; visita, e valutazione conseguente. Valutazione di cui il paziente, giustamente desideroso di porre termine al percorso, non viene informato, o per meglio dire egli apprende soltanto che, tempo 15 giorni alle condizioni sopra descritte, è da darsi per acquisito il ritorno al 50 per cento dell'attività lavorativa. La sostanza su cui poggia tale decisione, vai a saperla: niente allegato, niente copia del referto da visita medica per conto della “Swica”. Oh, sì: in calce alla lettera è scritto che copia, per conoscenza, viene inviata al medico curante, cioè ad uno psichiatra - diverso da quello cui il soggetto si era rivolto per i primi colloqui, tutti precedenti al primo ricovero - cui il paziente si è dovuto rivolgere dopo il ciclo di ricoveri. Ribadiamo: copia della lettera con la decisione, così consta.

Se qualcosa vi sembra stridere, non avete ancora udito il meglio, cioè il peggio. Sarà anche prassi (“In tutte le assicurazioni è così”, sentenzia l'interlocutore a precisa domanda; nessuna pezza giustificativa per simile asserzione), ma la lettera è firmata da due amministrativi di un “Team prestazioni imprese”; tali amministrativi, si scopre, fanno riferimento ad un altro amministrativo, che per comodità e per chiarezza definiremo “responsabile di reparto”. Un amministrativo prenderà dunque le parti di altri amministrativi che scrivono di essere “venuti in possesso del rapporto medico (ignoto al paziente ed a lui non fatto pervenire, ndr) concernente la visita medico-fiduciaria (...). Il nostro medico dichiara che l'incapacità lavorativa risulta essere giustificata al 100 per cento sino al 15 ottobre”. Sino a qui, pur in assenza del citato “rapporto medico”, il paziente può anche dire che sì, d'accordo, così stanno le cose, a rigore di quanto emerso nella visita di venerdì 22 settembre. Quante cose, nello spazio di tre settimane abbondanti, possono accadere all'interno della nostra e della vostra vita? Quante, nell'esistenza terrena di un paziente che per cinque mesi è transitato dall'una all'altra struttura psichiatrica? La medicina, in quanto somma di esperienze, ammette opzioni cognitive ma lascia scarso spazio alle facoltà predittive: tenendosi i piedi ancorati su questa Terra, non esiste un professionista che possa certificarmi e garantirmi oggi la mia sussistenza in vita - e non stiamo nemmeno parlando delle condizioni di tale sussistenza in vita... - fra tre settimane, per quanto io possa essere di sana e robusta costituzione e non aver mai avuto patito una laringite. Pensiero conseguente: inabilità confermata sino a metà ottobre, d'accordo; che per automatismo abbia luogo uno scatto alla mezzanotte tra domenica 15 e lunedì 16 ottobre, discutibile e non sostenibile. Si pone, semmai, l'esigenza di una nuova visita nell'immediatezza della scadenza. Si pone; ma di ciò non vi è nemmeno l'ipotesi.

Che cosa afferma, invece, il funzionario amministrativo? Che da lunedì 16 ottobre il paziente “è da considerarsi abile al lavoro in misura del 50 per cento”. Non risulta che il medico abbia scritto - per la precisione, ciò non figura nei documenti a disposizione del paziente, perché non fatti pervenire a lui e, a rigore di quanto indicato in calce alla lettera, nemmeno al medico curante - che l'inabilità viene a decadere; dalla lettera stessa - carta canta - emerge che il medico operante per conto della “Swica” si è limitato a confermare l'inabilità lavorativa sino a domenica 15 ottobre. Se egli abbia fissato quella come “deadline”, il paziente non sa ed a quanto pare non può sapere: quando infatti viene sollecitato l'invio del “dossier”, per tutta risposta alla “Swica” spediscono una copia della lettera già ricevuta per posta, tante grazie. Il funzionario amministrativo di basso rango (si provò a domandare quali siano le sue qualifiche; replica a picche), con controfirma di una “collaboratrice”, sembra limitarsi ad una deduzione. Che è “pro domo”, ed in termini ferali; quando si chiedano lumi, la conferma viene da un altro amministrativo di livello superiore. L'amministrativo tutela un amministrativo che in firma si porta un'amministrativa, insomma. Un medico - quello in quota “Swica”, o il membro di un'apposita commissione interna, ammessa sia l'esistenza della medesima - che sottoscriva tale lettera, almeno per presa visione e per convalida e senza ripensamenti? None. In teoria, il medico che effettuò tale visita potrebbe non essere al corrente del testo della missiva; difatti, in calce non c'è il suo nome come destinatario (in copia) della corrispondenza. Ancora: a voce il funzionario superiore riferisce che la decisione è conseguente allo scambio di pareri (ed alla loro concordanza) tra medico “Swica” e medico curante; nella lettera, però, tale aspetto non compare.

Di più e d'altro si permette tuttavia il funzionario di basso rango. Di più e d'altro: egli, infatti, intima. Testuale, all'attenzione del paziente: “Senza un rapporto medico dettagliato (si dovrebbe dire: “particolareggiato”, ma non fermiamoci alla forma, almeno noi, ndr) dal quale si evincano chiaramente ed indiscutibilmente le diagnosi, gli impedimenti concreti che non rendono possibile la ripresa sopraindicata, la terapia e la cura medica attuale (si dovrebbe dire: “in corso”, ma non fermiamoci di nuovo alla forma, almeno noi, ndr) nonché futura (non si dice “nonché”, ma non fermiamoci di nuovo alla forma, almeno noi, ndr) e la descrizione dei peggioramenti dell'evoluzione sfavorevole del Suo stato di salute, non potremo tornare sulla nostra attuale (vedasi come prima, ndr) presa di posizione”. Urcavè, strainteressante: il funzionario amministrativo di basso rango arriva nientemeno che a dettare legge ed a sostituirsi agli organi preposti, facendo suo un livello di dialogo che non gli pertiene. Si guarda bene, egli, dall'indicare chi debba essere il destinatario dell'eventuale istanza di ricorso; anzi, della facoltà di ricorrere contro la decisione non viene fatto cenno alcuno. Si guarda bene da ciò, ma impone regole. Per la “quidditas”: ci vuole un rapporto medico, e non si sa quale medico dovrebbe produrlo (quello operante per la “Swica”? Il medico curante?); ci vuole un rapporto medico particolareggiato; in tale rapporto medico si pretende che sia raccolto ed evidenziato ogni elemento dello scibile umano presente e persino futuro, e ciò in termini incontestabili, financo con la descrizione dei peggioramenti et cetera et cetera. In assenza di tutto questo, e vogliamo proprio vedere quale psichiatra lo indicherebbe alla luce del secondo incontro con il paziente (uno l'ha avuto il medico curante, un altro l'ha avuto quello che opera per la “Swica”), la decisione è da considerarsi definitiva e non più oppugnabile. Nei tempi descritti, poi: o agisci entro quei 10 giorni effettivi, o fine della discussione. Peraltro: impiccandosi sulla fumisteria del discorso, il funzionario amministrativo di basso rango si dimentica di indicare quale figura interna alla “Swica” esaminerebbe tale rapporto, e quando essa trasmetterebbe un “Sono d'accordo” o un “Non sono d'accordo”, e quale conseguenza deriverebbe per esempio da un parziale accoglimento dell'istanza. A meno che si debba credere all'autonomia di giudizio di un funzionario amministrativo su questioni mediche: che non gli competono, e non competono nemmeno alla “collaboratrice” cofirmataria della lettera, e nemmeno al loro diretto superiore che è egualmente un amministrativo. Ah, curiosità nella curiosità: sui tempi delle procedure interne per la valutazione del rapporto medico (se ti arriva dall'esterno vorrai pur leggerlo, vero?), non una parola. Eppure si deve credere che un po' di tempo serva, tanto di più dovendo da tale eventuale rapporto medico derivare la cancellazione o la modifica di una decisione assunta con cotanta perentorietà.

Dalla “Swica” sede centrale, cui è stata inoltrata ampia richiesta di spiegazioni, è giunta per ora la promessa di una sollecita risposta ai tre-quattro-diciamo cinque interrogativi che aleggiano nell'aria. Si ringrazia per la disponibilità, e si confida in un solido ravvedimento.

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