Venezuela, in manette (e poi liberato) il giornalista luganese Filippo Rossi

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Venezuela, in manette (e poi liberato) il giornalista luganese Filippo Rossi
(ULTIMO AGGIORNAMENTO E RIEPILOGO, ORE 23.19) L'arresto all'ingresso del centro penitenziario di Aragua. Fermati anche un collaboratore del “Giornale” ed un fotoreporter di “DolarToday”, impegnati nella medesima inchiesta. Dopo interrogatorio davanti al magistrato di turno, restrizioni eliminate.

(ULTIMO AGGIORNAMENTO E RIEPILOGO, ORE 23.19) Il collega Filippo Rossi, “freelance” luganese che firma per varie testate (tra cui “Il fatto quotidiano” ed il “Corriere del Ticino”) oltre che titolare di rubriche su alcuni “blog” (tra cui “Vox populorum-Voci da un mondo inascoltato”), è stato tratto in arresto nel pomeriggio dell'altr'ieri, venerdì 6 ottobre, nel nord del Venezuela, dopo che insieme con due altri professionisti dell'informazione si era presentato alle porte del centro penitenziario di Aragua, meglio conosciuta come “Tocorón”, nel quadro di un'inchiesta sulla situazione nel Paese. Al pari dell'italiano Roberto Di Matteo, collaboratore del “Giornale” di Milano, e del fotoreporter venezolano Jesús Medina Ezaine attivo per il quotidiano elettronico “DolarToday”, Filippo Rossi è rimasto in stato di detenzione sino al tardo pomeriggio di oggi; la posizione del giornalista ticinese e dei suoi due compagni di disavventura è stata chiarita davanti ad un magistrato che, per parte sua, ha provveduto a rimettere in libertà i due stranieri ed il loro accompagnatore venezolano.

La denuncia dell'arresto era giunta dai portavoce dell'“Unione nazionale operatori dell'informazione” (“Sindicato nacional de trabajadores de la prensa-Sntp”), i cui delegati territoriali, con l'assistenza di alcuni avvocati, avevano chiesto ed ottenuto di poter incontrare Filippo Rossi ed i due altri giornalisti; colloquio avvenuto in presenza dei militari di presidio al carcere, sulle prime scarne le indicazioni fatte pervenire via “Twitter”, prigionieri in apparente buona salute e senza segni di tortura; secondo l'ultimo messaggio diffuso intorno alle ore 0.30 in Svizzera, difatti, restavano non chiari i motivi dell'azione coercitiva condotta dalle forze dell'ordine, disponendo i tre giornalisti - tale, almeno, l'indicazione data da Roberto Di Matteo ai familiari nel corso dell'ultima telefonata - di regolari autorizzazioni all'ingresso nella struttura (contestata, tuttavia, la disponibilità di strumenti per la registrazione audio, “Smartphone” e macchine fotografiche; tutto il materiale era stato posto sotto sequestro e, al momento, non è noto se esso sia stato restituito ai legittimi proprietari).

L'ambasciata svizzera a Caracas è stata informata circa la situazione e, per quel che è dato di sapere (nessuna comunicazione ufficiale è ancora giunta dal Dipartimento federale affari esteri), i suoi funzionari hanno operato di concerto con quelli dell'ambasciata italiana nella stessa capitale. Nella foto, diffusa via “Twitter” da fonti sindacali, i tre giornalisti in stato di arresto (sulla destra, Filippo Rossi); in immagine sulla nostra pagina “Facebook”, il materiale sottoposto a sequestro (al centro, il passaporto del cronista ticinese).

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