Truffa con “stangata”, ultimo capitolo: condannati tutti e quattro

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Truffa con “stangata”, ultimo capitolo: condannati tutti e quattro
Pene variabili tra i 14 ed i 48 mesi (da espiarsi) al gruppetto che nel gennaio 2008 portò a termine un maxiraggiro. Dei quattrini, l’equivalente di quasi cinque milioni di franchi depositati in due cassette di sicurezza a Lugano, nemmeno più l’ombra. E gli ideatori del colpo, in Italia, restano tranquillamente nella condizione di latitanti.

Altro che i magliari da area di sosta degli autogrill in Italia; altro che i finti nipoti protesi ad accalappiare la credulità di un nonno che nonno non è; altro che i falsi impiegati della società del gas, una costante ad ogni longitudine e ad ogni latitudine. Questi erano professionisti della truffa: gente al cui cospetto si sarebbero dovuti inchinare gli 11 - poi 12, poi 13, secondo la puntata della saga - al comando di George Clooney alias Danny Ocean, personaggi tali (e talmente ben organizzati) da potersi mettere in concorrenza con i Robert Redford-Johnny Hooker e con i Paul Newman-Henry Gondorff. Soprattutto, soggetti dagli automatismi così perfetto che chiunque, ma proprio chiunque, sarebbe caduto nella trappola. Geniali, a modo loro; ma non abbastanza da portare a termine l’operazione così a lungo studiata, progettata, gestita e condotta a compimento con il prelievo del bottino. Infatti, la lunga mano della legge li ha raggiunti. E condannati, oggi, alle Assise criminali di Lugano, in pratica secondo le richieste - anzi, ci è scappato un qualcosa in più - formulate dalla pubblica accusa rappresentata nella circostanza dalla procuratrice pubblica Fiorenza Bergomi.

“Truffa di serie A”, ha commentato il giudice Claudio Zali; il quale, essendo magistrato, non potrà mai esprimere ammirazione o sincero riconoscimento verso chi delinque. Ma anche quella breve frase suona come una qualificazione del crimine commesso senza che mai fosse stata toccata un’arma, senza che mai fosse volata una parola grossa o un’intimidazione, senza che mai fosse speso altro che sorrisi e strette di mano: diamine, il non indifferente equivalente di cinque milioni di franchi - denaro liquido, non titoli o promesse di pagamento, previa conversione in euro - venne depositato spontaneamente e liberamente dall’imprenditore italiano all’interno di due cassette di sicurezza alla sede luganese della “Banca Sella”. Anzi: la vittima designata del raggiro era talmente convinta di aver praticamente risolto ogni suo problema, una volta depositata questa cifra che sarebbe poi servita per pagare la commissione legata ad un colossale affare in àmbito immobiliare, da credere sulla parola alla più brillante tra le panzane smerciategli, e cioè che nessuno avrebbe mai potuto toccare quel denaro fatta eccezione per l’industriale medesimo. Egli, ed egli solo, deteneva infatti le uniche due chiavi per ciascuna cassetta di sicurezza (così fu detto e così l’ospite volle credere); quando fosse venuto il momento di mettere nero su bianco e di procedere alla vendita, l’uomo altro non avrebbe dovuto fare che l’entrare in quello stesso istituto di credito e prelevare. Questione di giorni, forse di ore. Ai truffatori bastarono pochi minuti per salutare, cavarsi di tasca altre chiavi (ops, toh, proprio sbadati, ma alla prima occasione le avrebbero di sicuro consegnate al titolare legittimo) ed affidarle ad uno solo di loro, incaricato di interpretare la parte - impresa pazzesca, a ben vedere, in piena luce delle telecamere di servizio - di un impiegato dell’istituto di credito stesso. Da attore consumato, e con una “nonchalance” pari solo all’impudenza, l’individuo rientrò nei locali, aprì entrambe le cassette di sicurezza, si infilò mazzette di banconote nelle tasche e nelle valigette, quindi si dileguò all’inglese.

L’inizio della “trattativa” commerciale - così è stato definito nei tre giorni di processo - risale all’estate di tre anni or sono; l’epilogo, ovvero la stangata, ha luogo invece nel pomeriggio di mercoledì 23 gennaio 2008, scenario dapprima via Serafino Balestra e poi corso Elvezia a Lugano. Pare che, nelle varie fasi dei colloqui con l’imprenditore originario del Bresciano, secondo una formula consolidata le figure di riferimento si susseguano e talvolta cambino; ed infatti gli ideatori dell’operazione, a quel che pare cittadini italiani datisi da tempo alla latitanza ma quasi tutti identificati, al processo luganese non compariranno come imputati. Non così il quartetto cui spetta la consegna del “pacco” e che troviamo infatti alla sbarra: tutti uomini (sì, nella sceneggiatura del “reality” manca in effetti la classica bionda incredibile...), tutti sui 40 anni (altro errore, serve sempre un “dominus” più attempato...), per nazionalità si tratta di un ticinese, di un italiano, di un italiano domiciliato in Ticino e di un doppiopassaportato italo-elvetico. Al secolo, giacché è giusto che dopo tante menzioni generiche qualcuno possa comparire nei titoli di testa e di coda, eccovi Fabrizio Vittorio, Massimo Ottavianelli, Giuseppe Silvestro e Patric Lusenti.

Partiamo dall’ultimo: un vero e proprio perno nella fase esecutiva, buon conoscitore del territorio e delle procedure, ma anche soggetto a carico del quale risulta uno stato di recidività per reati specifici, ossia una truffa consumata e giudicata appena due anni or sono, con condanna alle Correzionali. Pur dichiarandosi all’oscuro di qualsiasi intenzione criminosa da parte dei complici, e cioè pur proponendosi come una semplice pedina manovrata da altri ed inconsapevole di essere partecipe di un reato, l’italo-svizzero si sentirà infliggere una pena da espiare al pari degli altri tre; non fosse altro perché, stando alla ricostruzione, proprio Patric Lusenti avrebbe aperto il conto di appoggio alla “Banca Sella”, indi avrebbe consegnato le celebri chiavi “uniche” alla controparte (a quella che pensava di essere una normale controparte, precisiamo), indi avrebbe utilizzato una saletta dell’istituto di credito facendo credere di esserne collaboratore o dipendente, infine avrebbe trattenuto per sé la miseria di 200'000 euro (ma come, dopo tutto questo lavoro, dopo una simile interpretazione da “Actors’ studio”?) e ridistribuito dunque la maggior parte. Ma potrebbe essere andata anche in modo diverso, tale era l’abilità dei partecipanti alla farsa nello scambiarsi di ruolo e di posizione.

Andando alle brevi, il giudice Claudio Zali non ha avuto esitazioni. Quattro anni di carcere a colui che prelevò materialmente il denaro; tre anni - uno dei quali da espiarsi - ai due complici principali; 14 mesi all’ultimo del gruppo, che invero dovrà scontarne 26 essendo scattata la revoca della sospensione per la precedente condanna (i rischi del mestiere e della recidività, si direbbe). Non si domandi del denaro: volatilizzato, polverizzato. Dicono di averlo già speso, purtroppo, quel poco che erano riusciti a conservare per sé come “squadra rossa” del progetto truffaldino; il resto sarebbe finito alla “squadra blu”, naturalmente oltreconfine.

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